GM Advisory

Advisors for generations

Questo è il blog di Gianpaolo Marcucci: Wealth Advisor, Sociologo, Formatore e Consulente Olistico. Ha quattro lauree, due master e lavora al fianco del padre Gianfranco e del fratello Gian Luca che, insieme, da più di 50 anni si occupano di consulenza finanziaria, gestione patrimoniale, pianificazione familiare e successoria.

Whatsapp 3396517088

Per comprendere ciò che sta accadendo nel mondo oggi, occorre partire da un’idea semplice ma potente: la globalizzazione è prima di tutto controllo dei mari. Non si tratta solo di scambi commerciali, tecnologie o flussi finanziari, ma della capacità di garantire — o bloccare — il libero transito delle merci e dell’energia lungo le grandi rotte marittime.

La storia ce lo insegna con chiarezza. Ogni impero dominante ha costruito il proprio potere attraverso il controllo strategico delle acque: Roma ha unificato il Mediterraneo rendendolo un lago interno, il “mare nostrum”; l’Impero britannico ha stabilito basi navali in ogni angolo del globo, dal Canale di Suez a Singapore; e, infine, gli Stati Uniti, che dalla fine della Seconda Guerra Mondiale dominano gli oceani, sostenendo l’ordine globale liberale grazie a una marina senza rivali.

Ma ogni egemonia, per quanto solida, è destinata a essere messa in discussione.

  • L’Impero Americano in Fase di Stanchezza

Oggi, gli Stati Uniti appaiono ancora formalmente dominanti, ma meno capaci di esercitare la loro autorità in modo incontrastato. Più che una debolezza militare, è una stanchezza percettiva: una perdita di fiducia, all’interno e all’esterno, che apre spazi ad altre potenze. Questa percezione — e la realtà che la segue — ha un peso enorme: nel mondo delle relazioni internazionali, la percezione della forza è già forza, così come la percezione della debolezza è già un invito alla sfida.

Ed è proprio in questo vuoto che si inseriscono attori decisi a ritagliarsi un proprio spazio: Cina, Russia, Turchia e Iran, ciascuno portatore di una visione del mondo e, spesso, di un passato imperiale a cui si richiama per legittimare la propria espansione.

  • Il Ritorno degli Imperi

Non è un caso che le potenze emergenti si richiamino esplicitamente alla storia. Gli Stati Uniti si considerano eredi dell’Impero britannico, non solo per lingua e cultura, ma per il ruolo globale di “guardiani dei mari”. La Cina, con la sua civiltà millenaria, ha rilanciato il progetto della Nuova Via della Seta, non solo via terra ma soprattutto via mare, costruendo porti strategici dall’Asia all’Africa. La Russia punta a ricostruire una sfera d’influenza post-sovietica, sostenuta da una visione zarista e ortodossa. La Turchia, nostalgica della gloria ottomana, è oggi molto attiva nel Mediterraneo orientale e in Siria. L’Iran, infine, si presenta come l’erede spirituale e geopolitico dell’Impero Persiano, con un’agenda regionale che punta a influenzare l’intero Medio Oriente.

Questi attori non competono soltanto sul piano simbolico. Hanno obiettivi concreti: influenza regionale, accesso ai mercati, controllo dell’energia, presenza militare nei punti chiave del pianeta. E tutti questi obiettivi passano, inevitabilmente, per il mare.

  • La Nuova Mappa del Potere: Gli Stretti Strategici

Se i mari sono le arterie della globalizzazione, gli stretti sono i suoi punti vitali. Sono luoghi in cui tutto passa — e tutto può bloccarsi. Per questo rappresentano oggi le vere linee di frizione geopolitica.

Il Canale di Suez collega l’Europa all’Asia: una chiusura, anche parziale, provoca effetti immediati sui prezzi globali. Il Bosphorus e i Dardanelli, controllati dalla Turchia, sono cruciali per la Russia e per l’intera area del Mar Nero. Il Gibilterra resta uno snodo fondamentale per l’accesso al Mediterraneo. Il Bab-el-Mandeb, tra lo Yemen e il Corno d’Africa, collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano, con riflessi immediati sull’approvvigionamento energetico europeo.

Lo Stretto di Hormuz è forse il più delicato: da lì passa un terzo del petrolio mondiale. Ogni tensione tra Iran e Stati Uniti si gioca anche qui. Lo Stretto di Malacca è invece vitale per la Cina: attraverso di esso transita buona parte del suo commercio, rendendolo un punto sensibile in caso di conflitto.

Più a nord, anche lo Stretto di Bering, tra Alaska e Siberia, si carica di significato: non solo simbolico, come frontiera tra le due superpotenze, ma strategico, in un’epoca in cui le rotte artiche stanno diventando navigabili. Infine, lo Stretto di Taiwan è oggi il baricentro delle tensioni globali: lì si incrociano interessi economici, tecnologici e militari di portata planetaria.

  • Le Guerre in Corso: Sintomi di un Ordine che si Ridefinisce

Ogni conflitto attuale si può leggere come un tentativo di ridefinire l’ordine mondiale. La guerra in Ucraina non è solo un confronto tra due Stati, ma una sfida della Russia all’allargamento della NATO e alla sua marginalizzazione post-sovietica. In Siria, la Turchia interviene per controllare le dinamiche curde e salvaguardare la propria influenza. In Gaza, l’Iran rafforza il suo ruolo nel fronte anti-israeliano e nell’arena mediorientale.

La tensione intorno a Taiwan, infine, è forse la più pericolosa: la Cina rivendica l’isola come parte del proprio territorio, e la sua eventuale riunificazione — anche forzata — rappresenterebbe un punto di non ritorno nel confronto con gli Stati Uniti. Per ora, Washington risponde con mezzi economici, come i dazi e le restrizioni tecnologiche, nel tentativo di rallentare la crescita militare e digitale cinese senza innescare una guerra aperta.

  • Un Mondo che Si Ricompone: Tra Potenza, Narrazione e Percezione

Il caso di Taiwan non è solo una questione territoriale. È il nodo simbolico di una sfida molto più ampia: quella tra due visioni del mondo. Da un lato, un ordine liberale e multilaterale guidato dagli Stati Uniti, che ha garantito decenni di stabilità marittima e crescita commerciale. Dall’altro, un nuovo ordine multipolare in cui le potenze emergenti chiedono più spazio, più influenza e più controllo sulle rotte e sui flussi globali.

Ma la vera posta in gioco non è solo “chi comanda”, bensì come viene raccontata e percepita la realtà. La forza narrativa conta quanto quella militare. Cina e Russia non si limitano a contestare il dominio americano sui mari, ma anche il suo primato morale, culturale ed economico. In questo senso, il conflitto si gioca anche nella mente delle opinioni pubbliche e nelle diplomazie dei Paesi neutrali o oscillanti.

La globalizzazione non è finita, ma sta cambiando volto. Da un sistema integrato e a trazione occidentale, si sta passando a un mosaico più frammentato, dove ogni potenza cerca di proteggere le proprie sfere di influenza, anche a scapito della cooperazione globale. In questo scenario, mari, stretti, porti e canali tornano ad essere teatri di competizione strategica. È il ritorno della geopolitica delle infrastrutture e dei passaggi obbligati.

  • Impatti Economici e Nuove Strategie Finanziarie

Questo nuovo contesto globale non resta confinato alla diplomazia o ai conflitti armati: ha impatti diretti e profondi sui mercati finanziari. Guerre, sanzioni, blocchi navali, riallineamenti geopolitici e tensioni commerciali rendono gli scenari futuri sempre più incerti e volatili.

Le conseguenze si riflettono su almeno tre fronti:

  1. Inflazione strutturale: l’interruzione delle catene di fornitura e la corsa all’autosufficienza strategica (energia, tecnologia, materie prime) aumentano i costi globali.
  2. Volatilità dei mercati: cresce l’instabilità, non solo nei Paesi direttamente coinvolti nei conflitti, ma anche a livello sistemico.
  3. Fine del paradigma lineare: i modelli di crescita costante e prevedibile diventano meno applicabili, richiedendo un ripensamento del concetto stesso di rischio.

In questo scenario, la strategia di investimento passiva tradizionale – come i PAC (Piani di Accumulo Capitale) su indici azionari globali – mostra i suoi limiti. Sebbene continui ad avere senso in ottica di lungo periodo per molti investitori retail, non è più sufficiente per chi desidera resilienza patrimoniale in un mondo multipolare e ad alta entropia.

Si assiste quindi a un ritorno, o meglio a un rafforzamento, di approcci più dinamici e adattivi, tra cui le strategie definite “Absolute Return”. Non si tratta di una novità in senso stretto – sono presenti nei portafogli istituzionali da decenni – ma la loro importanza cresce nei contesti in cui l’obiettivo non è battere il mercato, ma proteggere il capitale in ogni scenario possibile.

Le strategie Absolute Return possono includere:
• strumenti long/short, cioè capaci di guadagnare sia in mercati in crescita che in ribasso;
• coperture attive contro inflazione, volatilità, e crisi geopolitiche;
• esposizioni selettive a valute, commodity, o asset non correlati ai mercati tradizionali.

Inoltre, crescono le gestioni multi-strategy, che combinano algoritmi quantitativi, analisi macroeconomica e visione geopolitica, con l’obiettivo di generare rendimenti stabili e decorrelati dal ciclo economico.

In sintesi: in un mondo in cui le potenze si contendono i mari, gli investitori devono riorganizzare le proprie mappe mentali. Non basta più navigare a vista, né seguire le rotte tracciate dai manuali del passato. Serve una bussola aggiornata, capace di orientarsi non solo tra indici e trimestrali, ma tra stretto di Hormuz, dazi sulla tecnologia, e flussi di capitale che inseguono la prossima alleanza strategica.

Gianpaolo Marcucci

Posted in

Lascia un commento