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Questo è il blog di Gianpaolo Marcucci: Wealth Advisor, Sociologo, Formatore e Esperto di Geopolitica e Finanza. Ha quattro lauree, due master e lavora al fianco del padre Gianfranco e del fratello Gian Luca che, insieme, da più di 50 anni si occupano di consulenza finanziaria, gestione patrimoniale, pianificazione familiare e successoria.

info e consulenza: Gianpaolo.Marcucci@BancaGenerali.it

Nel film Midsommar c’è una scena che spiega cosa succede all’America: Una comunità sceglie un uomo, lo incorona, lo veste di fiori, lo celebra davanti a tutti e poi lo brucia vivo in un tempio di legno. La comunità non lo fa per odio ma per necessità: Ha bisogno che qualcuno bruci perché il gruppo possa tenere insieme i pezzi. Il sacrificato è in realtà il prescelto.

Qualche giorno fa Trump ha pubblicato su Truth Social un’immagine di sé stesso vestito da Cristo. Tunica bianca, manto rosso, aureola di luce, mani che guariscono un malato, con tanto di aquile, caccia militari, bandiera americana e Statua della Libertà. Pubblicata la sera della Pasqua ortodossa, rimossa la mattina dopo. Ai giornalisti ha detto che era “un dottore della Croce Rossa”.

Quell’immagine è il vestito di fiori. È la celebrazione prima del fuoco.

Partiamo dalla spaccatura.

L’America in questo momento ha due fratture aperte contemporaneamente. Una interna e una esterna.

La frattura interna è quella che tutti vedono, sintetizzabile nella formula ICE contro woke. Due metà del paese che non si parlano, non si riconoscono, si odiano attivamente. Erano arrivati a un passo da qualcosa che somigliava a una seconda guerra civile e non in senso metaforico…ma in senso di morti, milizie, scontri di piazza, governatori che sfidano il governo federale, agenzie federali che operano come forze di occupazione in stati che non le riconoscono.

La frattura esterna è più profonda e più vecchia. L’impero americano è in discesa strutturale da venticinque anni. L’apice è stato il pre-bolla del 2000, l’ultimo momento in cui l’America era davvero il centro del mondo senza discussioni. Poi il 2001, le Torri, e da lì una discesa continua. Oggi lo Stretto di Hormuz — il venti per cento del petrolio mondiale —che viene bloccato da un cliente ostile. Per una talassocrazia significa la fine del mondo e infatti: Dollaro in debasement, oro alle stelle, bitcoin che si accumula nelle riserve di paesi che si stanno preparando al dopo-dollaro.

E questa seconda frattura stava portando verso qualcosa di molto peggio di una guerra civile. Stava portando verso una seconda guerra atomica: Il 7 aprile 2026, a pochi giorni dalla Pasqua, il Presidente degli Stati Uniti ha scritto su Truth Social: “Un’intera civiltà morirà stanotte”. Novanta milioni di persone. Ponti, centrali elettriche, impianti di desalinizzazione. Ha minacciato di annientare la civiltà persiana. Il Papa ha detto “inaccettabile”. Ottantacinque deputati hanno chiesto la rimozione tramite il 25° Emendamento. Il mondo ha trattenuto il fiato.

Due scissioni simultanee e Trump al centro di esse.

Il punto, allora, per dare la mia chiave di lettura diventa:

L’America non ha eletto Trump a caso…Lo ha eletto a causa della scissione. Lo ha prodotto come sintomo. Lo ha scelto perché serviva qualcuno abbastanza estremo, abbastanza incontrollabile, abbastanza narcisista da portare il sistema al limite. E al limite il sistema si resetta.

Il meccanismo è antichissimo. René Girard lo ha descritto con una chiarezza che in questo caso diventa quasi profetica: quando la violenza mimetica di una comunità raggiunge il punto critico, la comunità converge spontaneamente su una vittima unica. Il capro espiatorio. Lo sacralizza, lo innalza, poi la distrugge. E la distruzione ricompone la frattura. Tutti scaricano la tensione su uno solo. L’ordine ritorna.
Trump è il capro espiatorio perfetto. Troppo estremo per i moderati. Troppo volgare per le élite. Troppo imprevedibile per gli apparati. Troppo narcisista per fermarsi da solo. Fatto apposta per accumulare su di sé tutto il carico — i file Epstein, il legame con Netanyahu, la guerra in Iran senza voto del Congresso, l’attacco al Papa, le promesse tradite, i dazi imposti e ritirati nel panico, il blocco dello Stretto che ha fatto impennare la benzina alla sua stessa base, e infine quella foto, quel lapsus freudiano su scala planetaria.

Ogni mossa lo avvicina al fuoco.
A questo punto la traiettoria diventa abbastanza chiara.

Il 52% degli americani è già favorevole all’impeachment. I mercati predittivi danno il 70% di probabilità che avvenga entro la fine del mandato. Jamie Raskin — il deputato che ha gestito il secondo impeachment — ha detto che Trump ha commesso “una dozzina o più di reati passibili di impeachment” ma che al momento mancano i numeri al Congresso. A novembre ci sono le midterm. I sondaggi danno la Camera ai Democratici. Polymarket dà l’85% di probabilità su questo esito.

Dopo novembre il cerchio si chiude. Trump verrà delegittimato per la terza volta. Forse non rimosso formalmente. Ma consumato. Bruciato mediaticamente, politicamente, simbolicamente.

E qui il meccanismo sacrificale produce il suo effetto vero: tutti escono vincitori.
L’America dirà che la Costituzione ha funzionato, che il Re è caduto, che la Repubblica ha tenuto — come volevano i padri fondatori, che di Re ne avevano avuti abbastanza. La frattura interna si ammorbidisce perché il sacrificio scarica la tensione. La Cina, la Russia, l’Europa, il Vaticano, l’Iran — ognuno può rivendicare di aver resistito, di aver tenuto la linea. Ognuno ha il suo racconto di vittoria. Il mondo si libera dall’America. L’America si libera da Trump.

E Trump dirà che è stato tradito. Reciterà il martire fino alla fine, forse capendo perfettamente — come capiscono gli attori — che il martirio era l’unica funzione per cui era stato scelto.
Re senza corona e senza poteri.
C’è poi un altro passaggio decisivo, il mezzo che avrebbe reso possibile tutto questo.

La domanda successiva diventa così: perché proprio adesso, perché questa forma, perché un fenomeno come Trump?

La risposta è internet.

Ogni tecnologia di comunicazione dominante ha prodotto il suo tipo di leader politico. La radio, con quella voce senza volto che entrava nelle case, intima e ipnotica, ha prodotto Churchill e Hitler. Oratori puri, timbro della voce come arma. La televisione, con il salotto, l’immagine, lo spettacolo della normalità, ha prodotto Reagan e Berlusconi. Attori e showman. In TV conta come appari, non cosa dici. Castells lo ha studiato per anni: il potere nell’era televisiva è il potere dell’immagine controllata.

Internet ha una grammatica diversa. Frammentata, simultanea, virale, algoritmica. Produce fenomeni. Entità che esistono a metà tra il meme e la realtà, tra la provocazione e il governo, tra il trolling e la geopolitica. Trump in televisione era un personaggio da reality, contenuto dal formato. Sono stati i social — Twitter, poi Truth Social — a liberare la versione vera: quella che scrive in maiuscolo alle tre di notte, che minaccia di cancellare civiltà il giorno di Pasqua, che pubblica sé stesso come Cristo e poi dice che era un dottore.
Solo internet poteva produrre un fenomeno come Trump.

E qui c’è il cortocircuito perfetto.
Internet è nata dalla DARPA. Un laboratorio militare americano. Nata come arma contro i sovietici e contro chiunque sfidasse la potenza americana. L’arma suprema dell’impero.
Quella stessa arma — il regalo più grande e più ambiguo che l’America abbia fatto al mondo — ha prodotto il fenomeno che sta dando inizio alla fine dell’impero. Ha scisso la società americana più di qualsiasi guerra esterna. Ha reso impossibile il controllo della narrazione su cui ogni egemonia si fonda. Ha generato il Re che verrà bruciato in piazza.

Il figlio che divora il padre.

E dopo il fuoco, il mondo che viene è quello che già si intravede. Un mondo multipolare dove la competizione non è più (solo) per il controllo del territorio — mari, stretti, rotte — ma per il controllo del cyberspazio e dello spazio. La cybersecurity in crescita esponenziale come mercato. L’aerospazio in crescita esponenziale come mercato. L’intelligenza artificiale come infrastruttura su cui tutto il resto si costruisce. Le guerre si spostano dai deserti ai server, dalle rotte navali alle orbite basse. La competizione esce dal pianeta prima ancora di aver risolto quella sul pianeta.

E qui quella foto torna centrale.

L’immagine di Trump vestito da Cristo è un’immagine generata dall’intelligenza artificiale — la tecnologia che sta ridefinendo il potere mondiale — per rappresentare un uomo che crede di essere il potere stesso. Il medium che ha prodotto il fenomeno produce anche la sua icona finale. Un’immagine terminale. Il Re vestito da Dio un istante prima che il tempio prenda fuoco.

Sotto ogni altro profilo è una pagliacciata. Una blasfemia. Un insulto pubblicato il giorno della Pasqua ortodossa da un uomo che una settimana prima ha minacciato di cancellare una civiltà e due giorni prima ha attaccato il Papa.

Ma la provvidenza è senza fine.

E a volte usa i pagliacci per fare il lavoro dei profeti.

Dall’articolo: “Il sacrificio del martire imperatore che libera l’impero dal mondo e il mondo dall’impero”

Di Gianpaolo Marcucci

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