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Questo è il blog di Gianpaolo Marcucci: Wealth Advisor, Sociologo, Formatore e Esperto di Geopolitica e Finanza. Ha quattro lauree, due master e lavora al fianco del padre Gianfranco e del fratello Gian Luca che, insieme, da più di 50 anni si occupano di consulenza finanziaria, gestione patrimoniale, pianificazione familiare e successoria.

info e consulenza: Gianpaolo.Marcucci@BancaGenerali.it

Da Sapiens a Nexus: perché Yuval Noah Harari è diventato lo storico più letto del mondo, e che cosa ha da dirci adesso

Prendete una banconota da cinquanta euro. È un rettangolo di carta e cotone con un filo metallico e un ologramma. Non si mangia, non scalda, non ripara dalla pioggia. Eppure un panettiere di Lisbona e un meccanico di Tallinn, che non si incontreranno mai, la accettano senza pensarci. La carta in sé non vale nulla: la accettano perché ciascuno dei due è sicuro che anche l’altro la accetterà. In questo gesto, che ripetiamo decine di volte al mese, c’è l’intuizione che ha reso Yuval Noah Harari uno degli autori più letti del nostro tempo.

Harari è uno storico israeliano e insegna all’Università Ebraica di Gerusalemme. Fino a una quindicina d’anni fa si occupava di un argomento per pochi, la storia militare del Medioevo. Da giovane docente gli fu affidato un corso introduttivo di storia del mondo, e da quelle lezioni nacque Sapiens. Da animali a dèi, uscito in ebraico nel 2011 e in inglese tre anni dopo. Da allora il libro ha venduto decine di milioni di copie in una sessantina di lingue, e il suo autore è passato dalle aule di Gerusalemme ai palchi di Davos.

Il potere della finzione

La tesi centrale di Sapiens si dice in una riga ma fa girare la testa. Circa settantamila anni fa un primate come tanti altri, né il più forte né il più veloce, imparò a parlare di cose che non esistono. Oltre ad “attento, c’è un leone”, poteva dire “il leone è lo spirito protettore della nostra tribù”. Harari chiama questo passaggio rivoluzione cognitiva. Secondo lui a consegnarci il pianeta non sono stati il pollice opponibile né il fuoco, ma la capacità di credere insieme a delle finzioni.

Il ragionamento è questo. Uno scimpanzé collabora bene con i membri del suo gruppo, che conosce uno per uno. Anche noi, per natura, sappiamo mantenere rapporti personali fino a circa centocinquanta persone. Oltre quella soglia la fiducia diretta non basta più. Se però mille sconosciuti credono nello stesso dio, nella stessa nazione, nella stessa moneta o nella stessa società per azioni, possono lavorare insieme come se si conoscessero. In una delle pagine più citate Harari prende la Peugeot. L’azienda, dice, non coincide con le sue fabbriche né con i suoi dipendenti: se domani gli operai morissero tutti e gli stabilimenti crollassero, la società potrebbe ancora chiedere prestiti, assumere, ricostruire. Esiste nell’immaginazione condivisa di giudici, notai e azionisti.

Da qui nasce la sua distinzione fra realtà oggettiva, come il fiume, l’albero o il leone, e realtà intersoggettiva: le cose che esistono perché molti ci credono e scompaiono quando smettono di crederci. I diritti umani, i confini, il prezzo di un’azione in Borsa. Harari tiene a precisare che non si tratta di menzogne. Sono lo strumento con cui una specie di animali sociali ha costruito città, imperi e commerci estesi a interi continenti.

Il grano che ci ha addomesticato

Alcune delle pagine più provocatorie del libro riguardano la rivoluzione agricola, che Harari chiama senza giri di parole “la più grande frode della storia”. Secondo lui il cacciatore-raccoglitore mangiava in modo più vario, lavorava meno ore e si ammalava meno del contadino che lo ha sostituito. Con l’agricoltura il cibo è aumentato, e con il cibo la popolazione, ma la vita di ciascuno è diventata più dura e più esposta a carestie ed epidemie. Siamo convinti di aver addomesticato il grano; per Harari è stato il grano ad addomesticare noi, che da allora ci spacchiamo la schiena per diffonderlo su tutta la Terra.

Seguono l’unificazione dell’umanità grazie a tre grandi collanti, cioè il denaro, gli imperi e le religioni, e infine la rivoluzione scientifica. Harari la fa nascere da un’ammissione che allora era rivoluzionaria: non sappiamo. Le tradizioni precedenti davano per scontato che tutto ciò che valeva la pena sapere fosse già stato scritto. La scienza moderna parte invece dall’ignoranza, e per questo investe nella ricerca, nelle esplorazioni, nel credito. Il capitalismo, nota Harari, è una forma di fiducia nel futuro: si presta denaro oggi perché si è convinti che domani la torta sarà più grande.

Da dèi a dati

Con Homo Deus, nel 2016, lo sguardo si sposta in avanti. Per millenni l’umanità ha lottato contro tre nemici: la fame, le epidemie e la guerra. Harari sostiene che oggi siano problemi gestibili. Muoiono più persone per eccesso di cibo che per fame, più per vecchiaia che per malattie infettive, più per suicidio che per mano di soldati, terroristi e criminali messi insieme. Liberata dalle vecchie emergenze, l’umanità si darà obiettivi nuovi e smisurati: l’immortalità, la felicità, poteri quasi divini.

Lette dopo la pandemia e dopo il ritorno della guerra in Europa, quelle pagine sembrano ottimiste, e lo stesso Harari ha poi scritto che il declino della guerra è una conquista reale ma reversibile. La parte più attuale del libro, però, è un’altra. Harari descrive l’arrivo di una nuova religione, che chiama “dataismo”: un modo di vedere il mondo secondo cui l’universo è un flusso di dati e ogni essere vale per quanto contribuisce a elaborarli. Il libro si chiude con tre domande. Gli organismi sono davvero soltanto algoritmi? Conta di più l’intelligenza o la coscienza? E che cosa succederà quando algoritmi privi di coscienza ma molto intelligenti ci conosceranno meglio di quanto noi conosciamo noi stessi?

L’informazione non è la verità

Dieci anni dopo quelle domande sono diventate cronaca, e Nexus, uscito nel 2024, prova a rispondere. È una storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’intelligenza artificiale, e parte dallo smontare un’idea che molti danno per scontata: che più informazione porti automaticamente a più verità. Per Harari la funzione principale dell’informazione è collegare le persone, non descrivere la realtà. Un mito, un testo sacro o una notizia falsa possono tenere insieme milioni di persone meglio di un trattato di fisica. Ogni rete deve quindi trovare un equilibrio fra verità e ordine. Le democrazie reggono perché hanno meccanismi che correggono gli errori, come la stampa libera, i tribunali e le elezioni. I regimi totalitari cadono perché si considerano infallibili.

Su questo sfondo arriva l’intelligenza artificiale, che per Harari è la prima tecnologia della storia che non è uno strumento ma un agente. La stampa a caratteri mobili poteva moltiplicare i libri, non scriverli. Un’intelligenza artificiale può prendere decisioni e produrre idee da sola. Per settantamila anni le storie che ci tengono insieme le abbiamo scritte soltanto noi. Ora non più.

La mappa e il territorio

Harari ha molti critici, e vanno ascoltati. Diversi storici, antropologi e biologi gli rimproverano di semplificare, di presentare ipotesi discusse come se fossero fatti, di generalizzare sulla vita dei cacciatori-raccoglitori a partire da tracce scarse. Anche la “frode” dell’agricoltura è una tesi contestata. Sono obiezioni serie. Io suggerisco di leggerlo come si legge una buona mappa: utilissima per orientarsi, a patto di ricordare che non è il territorio. La forza di Harari non è l’esattezza di ogni dettaglio. È la capacità di mettere in fila domande che gli specialisti, ognuno chiuso nel proprio campo, raramente si fanno insieme.

Lo storico che medita

C’è infine un aspetto che i lettori spesso trascurano e che per me spiega molto. Harari pratica la meditazione Vipassana dal 2000. Siede in silenzio due ore al giorno e ogni anno si ritira per settimane. Ha detto più volte che senza quella pratica non avrebbe avuto la concentrazione per scrivere Sapiens, e l’ultima delle sue 21 lezioni per il XXI secolo è dedicata proprio alla meditazione.

Non è un caso. Chi, come me, medita da più di vent’anni lo riconosce subito: la meditazione allena a distinguere ciò che accade dalle storie che ci raccontiamo su ciò che accade. È lo stesso lavoro che Harari fa sulla storia umana, su una scala enorme. Dei, nazioni, monete, aziende: sotto ogni grande costruzione collettiva cerca la finzione condivisa che la tiene in piedi. Non per disprezzarla, perché senza quelle finzioni non ci sarebbero né ospedali né ferrovie. Lo fa per poterle scegliere invece di subirle.

Torniamo allora alla banconota da cinquanta euro. Il suo valore sta tutto nella fiducia di chi la usa, cioè in una storia a cui crediamo insieme. Leggere Harari serve soprattutto a chiedersi chi scriverà d’ora in avanti le storie a cui crederemo insieme, e se saremo ancora noi.

Ascolta la puntata completa su questo testo nel podcast Leggere il Mondo (CLICCA QUI)

Gianpaolo Marcucci

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