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Questo è il blog di Gianpaolo Marcucci: Wealth Advisor, Sociologo, Formatore e Esperto di Geopolitica e Finanza. Ha quattro lauree, due master e lavora al fianco del padre Gianfranco e del fratello Gian Luca che, insieme, da più di 50 anni si occupano di consulenza finanziaria, gestione patrimoniale, pianificazione familiare e successoria.

info e consulenza: Gianpaolo.Marcucci@BancaGenerali.it

Ray Dalio, la macchina economica e il grande ciclo degli imperi: perché il fondatore del più grande hedge fund del mondo è diventato anche un filosofo della storia

Nell’estate del 1982 il Messico dichiarò di non poter pagare i propri debiti, e un giovane consulente finanziario di New York si convinse che l’economia americana stesse per crollare. Lo disse in televisione e lo ripeté davanti al Congresso: stava arrivando una depressione. Aveva torto. Quell’agosto la Borsa toccò il fondo e cominciò uno dei rialzi più lunghi del secolo. Lui perse quasi tutto. Dovette licenziare i dipendenti e chiedere in prestito quattromila dollari al padre per pagare le spese di casa.

Quel consulente si chiamava Ray Dalio. Molti anni dopo ha raccontato che quello sbaglio è stata la cosa migliore che gli sia capitata. Non gli insegnò a prevedere meglio, gli insegnò a dubitare meglio. Tutto quello che ha costruito dopo parte da lì.

Da caddie a Bridgewater

Dalio nasce a New York nel 1949, figlio di un musicista jazz di origini italiane. A dodici anni porta le mazze ai giocatori di un golf club di Long Island, ascolta i consigli di borsa che si scambiano e con i risparmi compra la sua prima azione, Northeast Airlines. La compagnia viene acquisita e il suo investimento triplica. Si laurea, passa da Harvard e nel 1975, a ventisei anni, fonda Bridgewater Associates in un appartamento di due camere a Manhattan.

In cinquant’anni Bridgewater è diventato il più grande hedge fund del mondo, con oltre cento miliardi di dollari gestiti per fondi pensione, banche centrali e fondi sovrani. Dalio ha inventato strategie che oggi si studiano nei manuali, come il portafoglio All Weather, pensato per reggere qualunque stagione economica. Nel 2008, mentre il sistema finanziario crollava, il suo fondo principale chiuse l’anno in positivo, perché lui la crisi del debito l’aveva vista arrivare. Nel 2022 ha lasciato il controllo della società. Da allora scrive, parla e insegna.

La macchina economica

Nel 2013 Dalio ha pubblicato un video animato di mezz’ora, Come funziona la macchina economica, visto da decine di milioni di persone. È ancora la migliore lezione di economia che conosca per chi parte da zero, e lo dico da chi di economia vive.

L’idea di fondo è quasi infantile. L’economia non è un mistero, è la somma di un’enorme quantità di transazioni, e ogni transazione ha due lati: quello che io spendo è quello che tu guadagni. Si può spendere con il denaro che si ha oppure con il credito, cioè con denaro preso in prestito dal proprio futuro. Il credito permette di spendere oggi più di quanto si guadagna, e per un po’ tutti stanno meglio. Poi il debito va rimborsato, e allora si spende meno di quanto si guadagna.

Da qui nascono tre forze che si sovrappongono. La prima è la crescita della produttività, lenta e costante, l’unica che nel lungo periodo ci rende davvero più ricchi. La seconda è il ciclo breve del debito, che dura dai cinque agli otto anni: il credito si allarga, l’economia si scalda, le banche centrali alzano i tassi, arriva una recessione, i tassi scendono, si ricomincia. La terza è il ciclo lungo del debito, che dura dai cinquanta ai settantacinque anni. A ogni ciclo breve il debito finisce un po’ più in alto di prima, finché i tassi arrivano a zero, la banca centrale non ha più leve e l’intero sistema deve ridurre il suo indebitamento. È successo negli Stati Uniti nel 1929 e di nuovo nel 2008.

Nemmeno un’uscita da questa situazione è indolore. Dalio ne elenca quattro: tagliare la spesa, lasciar fallire i debitori, redistribuire la ricchezza, stampare moneta. Quando i governi le dosano nel modo giusto parla di una riduzione dell’indebitamento “ben riuscita”. Quando le sbagliano, arrivano deflazione o inflazione fuori controllo.

Il dolore più la riflessione

Il libro che ha reso Dalio famoso fuori dalla finanza non parla di mercati. Principi, uscito nel 2017, raccoglie le regole con cui ha gestito se stesso e la sua azienda, e si apre con una formula: dolore più riflessione uguale progresso. L’errore del 1982 è lì dentro. Chi sbaglia e ci riflette onestamente migliora; chi sbaglia e si difende ripete lo sbaglio.

In Bridgewater questa convinzione è diventata un’organizzazione. Le riunioni vengono registrate e chiunque può ascoltarle. Tutti possono criticare tutti, compreso il fondatore. Le opinioni non si contano, si pesano in base a quanto chi le esprime si è dimostrato affidabile in passato su quel tema. Dalio la chiama meritocrazia delle idee. Chi la ammira la considera un modello di onestà intellettuale. Chi ci ha lavorato e se n’è andato l’ha descritta spesso come un ambiente estenuante, e un libro-inchiesta uscito nel 2023 ne ha dato un ritratto molto duro, che Dalio ha contestato. È giusto tenere insieme le due cose.

Il grande ciclo

Negli ultimi anni Dalio ha fatto con la storia quello che aveva fatto con l’economia. In I principi per affrontare il nuovo ordine mondiale, del 2021, ha studiato cinquecento anni di imperi: l’Olanda del Seicento, la Gran Bretagna dell’Ottocento, gli Stati Uniti del Novecento, la Cina che sale. La sua conclusione è che le potenze non crescono e decadono per caso, ma secondo uno schema che si ripete, un grande ciclo che dura in media due secoli e mezzo.

All’inizio c’è un nuovo ordine, di solito uscito da una guerra. Seguono pace, investimenti, istruzione, innovazione, e il paese diventa ricco e potente, finché la sua moneta diventa quella con cui il mondo commercia e risparmia. Poi la ricchezza porta debiti e bolle, cresce il divario fra chi ha e chi non ha, la politica si polarizza, all’esterno cresce una potenza rivale. Il ciclo si chiude con un conflitto, interno o esterno, e da lì nasce un nuovo ordine.

Per misurare a che punto sia ogni paese, Dalio usa otto indicatori di potenza: istruzione, competitività, innovazione e tecnologia, produzione economica, quota del commercio mondiale, forza militare, peso della piazza finanziaria, ruolo della moneta come riserva internazionale. E individua cinque forze che muovono il ciclo: il debito e la moneta, l’ordine interno, l’ordine internazionale, gli eventi naturali come pandemie e siccità, e la capacità umana di inventare. Il suo nuovo libro, How Countries Go Broke, uscito nel 2025, torna sul punto più urgente: il debito pubblico americano. Dalio lo paragona a un’arteria che si ostruisce lentamente, e propone di riportare il deficit intorno al tre per cento del prodotto interno lordo prima che arrivi l’infarto.

Un ciclo non è un orologio

Anche Dalio va letto con giudizio. Le sue previsioni sono spesso arrivate con anni di anticipo, e in finanza avere ragione troppo presto somiglia molto ad avere torto. Il grande ciclo è una lente potente, non una legge fisica: la storia fa rima, non si ripete, e qualunque schema che copre cinque secoli lascia fuori moltissimo. Alcuni osservatori trovano poi troppo indulgente il suo giudizio sulla Cina. Sono obiezioni fondate, e credo che Dalio stesso, fedele ai suoi principi, le metterebbe in conto.

Quello che resta, e che trovo prezioso, è il metodo. Pensare in termini di probabilità e non di certezze. Chiedersi sempre se una cosa è già successa, e come è andata a finire. Separare i fatti da ciò che si vorrebbe fosse vero. Da qualche anno tengo un modello di scenario che ho chiamato, non a caso, Dalio 2.0: prende il suo schema come struttura portante e lo aggiorna man mano che i dati cambiano. È il modo più onesto che conosco di stare dentro un mondo che si muove senza fingere di sapere dove andrà.

C’è un ultimo dettaglio che a me dice molto. Dalio pratica la meditazione trascendentale dal 1969 e la considera la pratica più importante della sua vita, più di qualunque strategia di investimento. Non mi stupisce. Guardare i mercati per cinquant’anni senza farsi trascinare dall’euforia e dal panico richiede la stessa cosa che si impara sedendo in silenzio: vedere il proprio pensiero mentre accade, e non crederci subito.

Nel 1982 Ray Dalio sbagliò una previsione e perse quasi tutto. Aveva ragione sul debito, torto sui tempi, e soprattutto era troppo sicuro di sé. Da allora ogni suo libro è anche un modo per insegnare agli altri a dubitare del proprio giudizio prima che lo faccia il mercato.

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Gianpaolo Marcucci

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