
Tim Marshall porta la geopolitica in orbita: perché lo spazio sta diventando un territorio come gli altri, chi lo sta occupando e quali regole mancano. Con il contraddittorio di chi sostiene che sarebbe meglio restare a terra.
Ogni notte, sopra il nostro cielo, passa una fila di luci in movimento. Non sono aerei e non sono stelle cadenti: sono satelliti Starlink, appena lanciati, che si mettono in formazione prima di sparpagliarsi in orbita. Chi li vede la prima volta li scambia per qualcosa di misterioso. In realtà sono la cosa meno misteriosa che ci sia: infrastruttura. Come i tralicci e le rotaie, solo che stanno a cinquecento chilometri di altezza e appartengono a un’azienda privata americana.
Da questa osservazione, che chiunque può fare a occhio nudo, parte l’ultimo libro di Tim Marshall, La terza dimensione delle mappe. Marshall è un giornalista britannico che per trent’anni ha seguito guerre e crisi per Sky News e la BBC, e che dieci anni fa con Le 10 mappe che spiegano il mondo ha insegnato a milioni di lettori una cosa semplice: la politica dei popoli è scritta nelle loro montagne, nei loro fiumi e nei loro mari. Ora fa un passo in più. Le mappe, dice, hanno sempre avuto due dimensioni. È il momento di aggiungere la terza.
LO SPAZIO È UN LUOGO
L’idea che regge il libro è che lo spazio non è il vuoto. È un territorio, con la sua geografia, e come ogni territorio ha zone preziose e zone inutili, passaggi obbligati e alture da cui si domina tutto il resto. Marshall la spiega con la pazienza di chi sa di parlare a lettori che non hanno mai pensato all’orbita come a un posto.
La prima fascia, quella bassa, sta tra i duecento e i duemila chilometri. È affollata: ci stanno la Stazione Spaziale Internazionale, la stazione cinese Tiangong e le migliaia di satelliti delle costellazioni per le comunicazioni. Più su, a ventimila chilometri, girano i satelliti di navigazione, il GPS americano, il Galileo europeo, il Beidou cinese, il Glonass russo: quattro sistemi diversi perché nessuna potenza vuole dipendere dal cronometro di un’altra. A trentaseimila chilometri c’è l’orbita geostazionaria, dove un satellite resta fermo sopra lo stesso punto della Terra: è la posizione più ambita per le telecomunicazioni e i posti sono contati, come i palchi di un teatro.
Oltre ci sono i punti di Lagrange, cinque posizioni in cui la gravità della Terra e quella della Luna si bilanciano e un oggetto può restare quasi fermo consumando pochissimo. Marshall li chiama gli stretti del mare spaziale: chi li presidia controlla il passaggio. E poi c’è la Luna, con il suo polo sud dove, in crateri che non vedono il sole da miliardi di anni, c’è ghiaccio d’acqua. L’acqua si beve, si scinde in ossigeno per respirare e in idrogeno per fare carburante. Chi arriva prima in quei crateri non pianta una bandiera: apre una stazione di servizio.
TRE POTENZE E MEZZO
Nella lettura di Marshall lo spazio di oggi somiglia al mondo di fine Ottocento, quando le potenze europee si spartivano territori che consideravano vuoti. Gli Stati Uniti hanno creato nel 2019 una forza armata dedicata, la Space Force, e con il programma Artemis vogliono riportare esseri umani sulla Luna e restarci. La Cina, che nel 2003 ha mandato in orbita il primo astronauta e nel 2019 è atterrata sul lato nascosto della Luna prima di chiunque altro, ha costruito da sola la propria stazione spaziale dopo che il Congresso americano le aveva vietato di collaborare con la NASA, e con la Russia progetta una base lunare. La Russia è la mezza potenza: eredita le glorie sovietiche, i suoi razzi funzionano ancora, ma i soldi scarseggiano e nel 2023 la sua sonda Luna-25 si è schiantata mentre l’indiana Chandrayaan-3, pochi giorni dopo, si posava con successo vicino al polo sud.
Perché l’India è il quarto giocatore, insieme al Giappone, agli Emirati e a un’Europa che ha ottimi razzi e ottimi satelliti ma nessuna capacità di mandare in orbita i propri astronauti. E poi ci sono i privati. Qui Marshall racconta l’episodio che a me sembra la chiave di tutto il libro. Nel 2022, nelle prime settimane dell’invasione russa, l’esercito ucraino comunicava e guidava i droni grazie a Starlink. Quando Kiev chiese di attivare il servizio sulla Crimea per un attacco alla flotta russa, Elon Musk disse di no. Una decisione militare di prima grandezza presa da un imprenditore privato, senza che nessun governo potesse costringerlo. Lo spazio, nota Marshall, è il primo dominio strategico in cui un’azienda può essere più potente di uno Stato.
LE REGOLE CHE NON CI SONO
La legge dello spazio è vecchia quasi quanto lo spazio stesso. Il Trattato del 1967 dice che nessuno Stato può rivendicare la sovranità sulla Luna o su altri corpi celesti, e che in orbita non si possono piazzare armi nucleari. Non dice nulla delle armi convenzionali, non dice chi può estrarre risorse e non prevede sanzioni. È stato scritto quando nello spazio c’erano due potenze e nessun privato. L’accordo successivo, quello del 1979 sulla Luna, che avrebbe dichiarato le risorse lunari patrimonio comune dell’umanità, non è stato ratificato da nessuna potenza spaziale.
Nel vuoto sono arrivate le leggi nazionali. Nel 2015 gli Stati Uniti hanno stabilito che un’azienda americana può tenersi ciò che estrae da un asteroide; il Lussemburgo li ha seguiti. Nel 2020 Washington ha proposto gli Accordi Artemis, un insieme di principi di buona condotta che oggi decine di paesi hanno firmato, l’Italia tra i primi. Cina e Russia li considerano un modo per scrivere le regole a vantaggio di chi le propone e non li firmano. Marshall descrive tutto questo senza indignazione, come un cronista: ci sono due club, e chi non è in nessuno dei due conta poco.
Poi c’è la spazzatura. Nel 2007 la Cina ha distrutto con un missile un proprio satellite, producendo migliaia di frammenti che girano ancora oggi; la Russia ha fatto lo stesso nel 2021, e l’equipaggio della Stazione Spaziale ha dovuto rifugiarsi nelle capsule di salvataggio. Ogni frammento viaggia a decine di migliaia di chilometri l’ora e può bucare qualunque cosa. Gli scienziati temono da decenni una reazione a catena, in cui i detriti colpiscono satelliti che producono altri detriti, fino a rendere inutilizzabili intere orbite. Sarebbe la fine del GPS, delle previsioni meteo, delle carte di credito, delle transazioni bancarie che passano dai satelliti per sincronizzare gli orologi. Per un consulente finanziario come me questa pagina è la più inquietante del libro: il sistema dei pagamenti mondiale dipende da un segnale di tempo che arriva dall’orbita, e nessuno lo difende.
IL CONTRADDITTORIO: E SE RESTASSIMO A TERRA?
Marshall dà per scontato che l’espansione nello spazio sia inevitabile e che il problema sia governarla. C’è chi la pensa in modo opposto, e vale la pena leggerlo. Daniel Deudney, politologo della Johns Hopkins, in Dark Skies sostiene che l’espansionismo spaziale è la più pericolosa delle idee moderne. Il suo ragionamento è freddo: tutto ciò che permette di andare nello spazio permette anche di colpire la Terra dallo spazio. Le tecnologie per deviare un asteroide sono le stesse per dirigerne uno su una città. Le colonie spaziali, se mai esisteranno, diventeranno potenze separate con i propri interessi, come le colonie americane con l’Inghilterra, e la loro arma naturale sarà la gravità. Per Deudney i sogni di Musk e dei suoi predecessori non allargano l’umanità: moltiplicano i modi in cui può distruggersi. La sua proposta è un programma spaziale rivolto alla Terra, satelliti per il clima e per le comunicazioni, controllo degli armamenti in orbita, e nessuna corsa alle colonie.
Chi ha ragione? Credo che Deudney abbia ragione sui rischi e torto sulla possibilità di fermarsi. La storia che Marshall racconta è già in corso: le costellazioni ci sono, le basi lunari sono finanziate, la Space Force esiste. Il punto non è se salire, ma con quali regole. Ed è esattamente qui che i due libri, letti insieme, dicono qualcosa che nessuno dei due dice da solo: senza un accordo che valga per tutti, l’orbita diventerà la prima frontiera che l’umanità perde prima ancora di averla conquistata.
CHE COSA CAMBIA PER CHI GUARDA DA TERRA
Alla fine del libro Marshall torna con i piedi sulla Terra e lo faccio anch’io. Tre cose mi restano. La prima è che la parola “spazio” va cancellata dal vocabolario delle cose lontane: le luci che passano sopra Faedis decidono chi comunica in guerra e chi no, quanto costa un bonifico e se domani i trattori del Friuli avranno la guida satellitare. La seconda è che l’Europa, e l’Italia in particolare, con le sue industrie che costruiscono i moduli delle stazioni spaziali, ha competenze da prima fila e un peso politico da seconda: è la posizione più scomoda, quella di chi lavora per gli altri. La terza è la più semplice. Le mappe hanno sempre spiegato il mondo perché il mondo aveva confini. Ora i confini salgono. Chi vuole capire dove andrà la politica dei prossimi trent’anni farebbe bene, ogni tanto, ad alzare la testa.
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Gianpaolo Marcucci
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