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Questo è il blog di Gianpaolo Marcucci: Wealth Advisor, Sociologo, Formatore e Esperto di Geopolitica e Finanza. Ha quattro lauree, due master e lavora al fianco del padre Gianfranco e del fratello Gian Luca che, insieme, da più di 50 anni si occupano di consulenza finanziaria, gestione patrimoniale, pianificazione familiare e successoria.

info e consulenza: Gianpaolo.Marcucci@BancaGenerali.it

Venki Ramakrishnan, premio Nobel, spiega la nuova scienza dell’invecchiamento senza venderci nulla. E David Sinclair, che invece vende molto, sostiene che invecchiare è una malattia curabile. Chi ha ragione, e che cosa cambia per chi ha cinquant’anni oggi.

Dentro ognuna delle nostre cellule c’è un programma di suicidio. Si chiama apoptosi, ed è così ben fatto che una cellula danneggiata, o semplicemente non più necessaria, si smonta da sola in modo ordinato, impacchetta i propri pezzi e si fa riassorbire dalle vicine senza lasciare traccia. Succede miliardi di volte al giorno. Le dita che avete sono dita perché, nell’embrione, le cellule tra un dito e l’altro hanno ricevuto l’ordine di morire, e hanno obbedito. La morte non è un difetto della vita. È uno dei suoi strumenti.

Parto da qui perché è la prima cosa che ho capito leggendo Perché moriamo di Venki Ramakrishnan, e perché capovolge la domanda del titolo. Non “perché la vita finisce”, ma “come mai un organismo che sa uccidere le proprie cellule con tanta precisione non riesce a impedirsi di invecchiare”. Ramakrishnan è la persona giusta per rispondere. Biologo indiano naturalizzato britannico, ha vinto il Nobel per la chimica nel 2009 per aver fotografato il ribosoma, la macchina che dentro ogni cellula costruisce le proteine, ed è stato presidente della Royal Society, l’accademia scientifica più antica del mondo. Non ha un integratore da vendere e non ha una clinica. Ha passato la vita a guardare molecole, e quando parla di invecchiamento si sente.

CHE COS’È, ESATTAMENTE, INVECCHIARE

La definizione che dà è semplice e spietata: invecchiare è accumulare danni più in fretta di quanto si riesca a ripararli. Il corpo ha meccanismi di riparazione straordinari, e per i primi decenni di vita vincono. Poi il conto comincia a pendere dall’altra parte, e Ramakrishnan passa in rassegna, capitolo per capitolo, dove si accumula il danno.

Si accumula nel DNA, che ogni giorno subisce decine di migliaia di piccole lesioni, quasi tutte riparate, non tutte. Si accumula alle estremità dei cromosomi, i telomeri, che si accorciano a ogni divisione cellulare come la punta di una matita; quando sono consumati la cellula smette di dividersi. Qui c’è il primo dei tanti compromessi che il libro mette in luce: esiste un enzima che allunga i telomeri, e le cellule tumorali lo usano per diventare immortali. Un corpo che lo attivasse ovunque non invecchierebbe, ma si riempirebbe di tumori. Il danno si accumula nelle proteine, che si ripiegano male e si ammucchiano in grumi, come nel cervello di chi ha l’Alzheimer. Si accumula nei mitocondri, le centrali elettriche delle cellule, che con gli anni rendono meno e sporcano di più. E si accumula in una categoria di cellule che Ramakrishnan descrive con una certa vividezza: quelle che hanno smesso di dividersi ma non sono morte, e restano lì a secernere sostanze infiammatorie che disturbano le vicine. Le chiamano cellule senescenti; qualcuno le chiama cellule zombie. Da giovani il sistema immunitario le elimina. Da vecchi non ce la fa più, e loro restano.

PERCHÉ L’EVOLUZIONE NON CI HA RIPARATO

La domanda vera è un’altra, e Ramakrishnan la affronta con la parte più bella del libro. Se la selezione naturale ha prodotto l’occhio, l’ala e il cervello, perché non ha prodotto un corpo che si ripara per sempre? La risposta è che alla selezione naturale interessa la riproduzione, non la durata. Un gene che ci fa vigorosi a vent’anni e ci uccide a settanta si diffonde benissimo, perché a settant’anni i figli sono già nati. Un gene che ci facesse vivere fino a duecento anni non avrebbe alcun vantaggio, perché per la maggior parte della storia umana nessuno arrivava a cinquanta: si moriva di fame, di infezioni, di predatori. Il corpo, dice una delle teorie che Ramakrishnan riporta, è un involucro usa e getta costruito per portare in salvo i geni fino alla riproduzione. Dopo, la manutenzione non è più coperta dalla garanzia.

Questo spiega anche un fatto che mi ha colpito: l’uomo è già un’anomalia. Viviamo il doppio di quanto la nostra taglia farebbe prevedere, e siamo tra i pochissimi animali in cui le femmine vivono a lungo dopo la fine della fertilità. Una spiegazione, l’ipotesi della nonna, dice che le nonne che aiutavano a crescere i nipoti facevano sopravvivere più discendenti, e i geni della longevità si sono diffusi così. La longevità umana è un dono che ci siamo fatti a vicenda.

LA FABBRICA DELLE PROMESSE

La seconda metà del libro è una visita guidata al mercato dell’immortalità, e Ramakrishnan la conduce con l’ironia asciutta di chi ha visto molte mode scientifiche nascere e morire. C’è la restrizione calorica, che allunga la vita dei topi ma negli esseri umani dà risultati incerti e una vita da affamati. C’è la rapamicina, un farmaco scoperto nel terreno dell’Isola di Pasqua, che allunga la vita dei topi e ha effetti collaterali seri. C’è la metformina, il farmaco per il diabete che alcuni prendono da sani, senza che uno studio serio abbia mai dimostrato che serva. Ci sono i farmaci che uccidono le cellule zombie, promettenti e ancora sperimentali. C’è la riprogrammazione cellulare, la tecnica con cui si riporta indietro l’orologio di una cellula adulta, che ha ridato la vista a topi ciechi e attira miliardi di dollari, e che se applicata male produce tumori. Ci sono le trasfusioni di sangue giovane, che negli esperimenti sui topi hanno un fondamento e nelle cliniche per miliardari nessuno. E c’è la crioconservazione, i corpi congelati in attesa di un futuro che li scongeli, che Ramakrishnan smonta con una frase: non abbiamo mai scongelato un organo, figuriamoci una persona.

Dietro tutto questo ci sono i soldi. Bezos, Thiel, i fondatori di Google hanno messo miliardi in laboratori che promettono di curare l’invecchiamento. Ramakrishnan non li disprezza, e riconosce che parte di quella ricerca è seria. Ma nota due cose. La prima è che mai come oggi la scienza dell’invecchiamento è mescolata con il commercio, con scienziati che pubblicano studi e contemporaneamente vendono integratori basati su quegli studi. La seconda è che, se anche le terapie arrivassero, arriverebbero prima a chi può pagarle, e una società in cui i ricchi vivono cento anni più dei poveri sarebbe una società diversa da qualunque altra sia esistita.

IL CONTRADDITTORIO: INVECCHIARE È UNA MALATTIA

Lo scienziato che meglio incarna quello che Ramakrishnan critica è David Sinclair, genetista di Harvard, autore di Longevità, un libro che ha venduto milioni di copie e che sostiene la tesi opposta: invecchiare non è inevitabile, è una malattia, e come tutte le malattie si può curare. Per Sinclair la causa dell’invecchiamento è una sola, la perdita di informazione: con gli anni le cellule dimenticano quali geni accendere e quali spegnere, come un disco graffiato che contiene ancora la musica ma non riesce più a suonarla. E se il problema è l’informazione, la soluzione è ripristinarla, con la riprogrammazione cellulare, o rallentarne la perdita con molecole che Sinclair stesso prende ogni mattina e che ha contribuito a commercializzare.

Ramakrishnan gli dedica pagine severe. Ricorda che una delle molecole su cui Sinclair ha costruito la sua fama, il resveratrolo del vino rosso, fu comprata da un colosso farmaceutico per centinaia di milioni di dollari e poi abbandonata perché non funzionava. Ricorda che gli studi che Sinclair cita sono quasi tutti sui topi, e che dai topi agli esseri umani la strada è lastricata di terapie fallite. E soprattutto contesta l’idea che una cosa così complessa come l’invecchiamento abbia una causa sola: è una lettura elegante, e le letture eleganti in biologia sono quasi sempre sbagliate. Sinclair, dal canto suo, risponde che gli scettici hanno sempre avuto torto sulla velocità del progresso, e che chi oggi ha cinquant’anni potrebbe vivere abbastanza per beneficiare delle terapie che arriveranno.

Chi ha ragione? Sui fatti, Ramakrishnan: le prove sono dalla sua parte, e la storia recente ha dato ragione ai suoi dubbi più che alle promesse dell’altro. Ma Sinclair ha ragione su una cosa che Ramakrishnan sottovaluta: il modo in cui pensiamo all’invecchiamento cambia il modo in cui lo finanziamo, e chiamarlo malattia, anche se scientificamente discutibile, ha spostato miliardi verso una ricerca che prima nessuno faceva.

CHE COSA FUNZIONA, E CHE COSA RESTA

Alla fine Ramakrishnan dice che cosa funziona davvero, e la risposta è quasi imbarazzante nella sua semplicità: non fumare, mangiare con moderazione, muoversi, dormire, avere legami. Nessuna di queste cose si vende in capsule, e tutte insieme valgono più di qualunque molecola in sperimentazione. Lo dice un Nobel dopo trecento pagine di scienza, e credo che vada preso sul serio proprio per questo.

E poi c’è la domanda che il titolo faceva davvero, e a cui il libro risponde nelle ultime pagine con una sobrietà che mi ha commosso. Ramakrishnan dice che non vorrebbe vivere per sempre. Che una vita senza fine perderebbe la forma, come una frase senza punto. Che l’ossessione di allungarla nasce spesso dalla paura di non averla vissuta. Io insegno meditazione da vent’anni, e ho visto che chi si siede in silenzio per un po’ scopre una cosa che la biologia conferma dal lato opposto: il finire non è l’opposto della vita, è la condizione che le dà peso. Le cellule tra le dita dell’embrione lo sapevano già.

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Gianpaolo Marcucci

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